Un mulino, un ristorante… tradizione e innovazione nel cuore del Trentino

Fin da giovane tanta voglia di mettersi in gioco.
Alessandro Gilmozzi apre i battenti del suo ristorante El Molin nel 1990 in Val di Fiemme con l’ambizione di riuscire ad esprimere la propria filosofia, di farla arrivare alle persone in modo da poter superare il tempo e divenire nuova tradizione.

La ricerca costante sul territorio trentino, la collaborazione con i produttori locali così come le lezioni apprese da grandi maestri e colleghi, hanno fatto sì che El Molin subisse nel corso degli anni una vera e propria evoluzione.

La tradizione è stata ed è tuttora motivo di crescita, espansione e perfezionamento. Proprio come un tempo, questo antico mulino è culla della creatività.

Da tempo uno dei migliori chef della ristorazione italiana e di montagna in Val di Fiemme

Di seguito la biografia stilata da Samuele Amadori, giornalista della Rai Tgr, che nel tempo libero si occupa di enogastronomia e ha descritto Alessandro Gilmozzi per Identità Golose. Attraverso le sue parole possiamo avvicinarci all’arte di colui che, tra i migliori chef italiani, rappresenta la cucina di montagna in tutta la sua espressività.

Una famiglia che gestisce ristoranti da generazioni in val di Fiemme. Una cultura acquisita alla corte di nomi come Adrià e Ducasse. Un’umiltà rara da incontrare, per chi si aggira per le cucine italiane. Alessandro Gilmozzi, classe 1965, è davvero uno degli chef più interessanti d’Italia, senza trucco e senza inganno. Ogni novità apportata al suo menu è frutto di una ricerca minuziosa, scientifica. Perché sa che chi è abituato alla tradizione secolare della cucina trentina non accetta scorciatoie. Soprattutto se la direzione è quella dell’innovazione.

A Cavalese, al ristorante El Molin, sperimenta da più di vent’anni materie prime inusuali, come i licheni, o perfeziona le ricette antiche che hanno perso un po’ di smalto. La sua è una cucina che profuma di affumicatura, di erbe dei boschi, di capanna da caccia. Ma è come una pietra appoggiata fra le acque fredde che scorrono in val di Fiamme, levigata dall’esperienza e da un palato di grande sensibilità. Non era facile innalzarsi, fra le centinaia di ristoranti trentini tutti uguali, un profluvio di menu ciclostilati. Eppure Gilmozzi si eleva, e senza usare il marketing e la comunicazione, come fanno tanti. Solida preparazione e un po’ di mestiere. Perché i sapori assodati non finiscono in dimenticatoio, parlo dello speck fatto sempre da lui; o il burro di malga al ginepro, tanto per fare due esempi semplici semplici. O le tante erbe di montagna che ha studiato e raccoglie quotidianamente, giorno per giorno, stagione per stagione.

Queste conoscenze si sposano ad hoc con il nuovo, con le tecniche di cucina che poche volte hanno incontrato il salmerino o il cervo. Cotture a bassa temperatura, l’uso creativo del fumo, l’avvicinamento primordiali fra il fuoco, il legno e la carne. Come insegnano gli chef-tanto di moda oggi-della Scandinavia. Ah, una cosa. Gilmozzi è anche un bravo imprenditore. Pizzeria, wine bar, hotel e anche un progetto, ma non si può dire molto di più, che guarda all’estero. Trentino, sì, ma da esportazione.”
Nella suggestiva Val di Fiemme, Alessandro presenta in modo inusuale e tutto suo la cucina di montagna che egli stesso ama definire dolomitica, in quanto profondamente connessa e radicata al territorio delle Dolomiti. Radicamento che non è sinonimo di limite bensì di continua ricerca e innovazione. La tradizione è dinamica, non si ferma ma è in continua evoluzione.

Con la sua cucina, intrisa di amore e rispetto per la montagna e i doni che essa offre ogni singolo giorno, Alessandro non vuole smettere di stupire e conferma il suo essere uno dei migliori chef del vasto panorama gastronomico italiano.

“Solo le forme e la persone capaci di lasciare un segno incisivo superano il tempo e divengono tradizione.